Fin da bambina ho avuto un istinto, una grande passione, che era quella di creare abiti per le mie Barbie. Ero felicissima se mi veniva regalato un piccolo scampolo di tessuto: creavo dei vestiti che ai miei occhi erano più belli di quelli che avevano le mie amiche, acquistati per le loro bambole.

Mia mamma mi racconta che già all’epoca dell’asilo quando mi si chiedeva di fare un qualsiasi disegno, io aggiungevo al soggetto anche una persona. Se per esempio mi si chiedeva di disegnare un albero, io lo raffiguravo, ma vicino di sicuro creavo lo spazio anche per una figura, generalmente femminile.

Alle elementari e prendendo più confidenza con la matita, riempivo i miei diari, alcune pagine di quelli delle mie amiche e di qualche libro con disegni di ragazze e abiti, da sera, da giorno, da sposa. Dato che non mi bastava il diario, avevo anche un quaderno dove schizzavo le mie sfilate virtuali. Ecco qualche ricordo:

 

Alle medie non mi sono certo fermata, e col tempo acquisivo un po’ più di dimestichezza col disegno, anche se nonostante le mie infinite richieste, nessun professore ha mai voluto o potuto darmi istruzioni sul disegno del corpo umano.

Allo scadere delle scuole dell’obbligo, la mia scelta sarebbe sicuramente ricaduta su un istituto artistico o focalizzato sulla moda, ma professori e genitori mi spinsero fortemente per una formazione più classica e completa, sostenendo che se il mio desiderio fosse rimasto solido nel tempo, avrei potuto realizzarlo più avanti. Fu così che mi iscrissi al Liceo Scientifico con indirizzo sperimentale bilingue (inglese e francese).

Il mio istinto verso la moda non si spense, e i libri di scuola di quegli anni sono tappezzati di schizzi di visi e corpi femminili, vestiti. Nell’estate del terzo anno, ebbi l’occasione di trascorrere un po’ di tempo con mio secondo cugino Claudio, che era nato e viveva in Belgio; lui aveva una grande capacità di fare caricature e ritratti, con una buona padronanza del colore. Mi diede qualche consiglio su come colorare a matita i miei disegni, e fu per me una rivelazione! Finalmente i miei schizzi prendevano vita… E nel frattempo mi ero “inventata” uno pseudonimo, che voleva essere simbolo della mia femminilità “piena”, già da allora. A storia dell’arte avevamo infatti studiato le statue cosiddette veneri, simbolo di creatività e fertilità, che erano sempre state raffigurante come donne morbide. Allora mi sentii pienamente rispecchiata dal nome Venus.

Per assecondare il desiderio di creare abiti, oltre a disegnarli, in 4^ liceo mi iscrissi a dei corsi di taglio e cucito serali, grazie ai quali potei realizzare con grande soddisfazione i miei primi capi, ideati e cuciti da me! La confezione non era proprio il mio forte, ma che bello poter finalmente indossare qualcosa che io avevo concepito e realizzato…

La mia passione era quindi confermata, e all’avvicinarsi della conclusione del liceo mi informai sulle varie possibilità di scuole di stilismo esistenti. Con grande tristezza, scoprii che erano praticamente tutte private con dei costi di retta annuali davvero improponibili, per la mia famiglia. Stavo quasi pensando di desistere, o di andare a lavorare per permettermi quel tipo di istruzione più avanti, quando un bando di concorso indetto dal Corriere Lavoro (inserto del Corriere delle Sera) per una borsa di studio all’Istituto Europeo di Design di Milano riaccese le mie speranze.

Mi iscrissi al concorso, e la mia proposta fu accettata. A settembre fui chiamata alla prima prova di selezione. Si trattava di un test psico-attitudinale, dove domande e risposte non sembravano avere alcuna attinenza con il mio istinto artistico. Eravamo circa 120 ragazzi per 3 borse di studio, una per ogni indirizzo. In quell’occasione temei di non superare il test, perché mi resi conto che tramite quell’esame avrei finalmente visto confermare o tragicamente smentire il mio istinto creativo, ed avevo una numerosa concorrenza…  Ma, fortunatamente, ad ottobre fui chiamata a contendermi, con altri 5 ragazzi tramite un colloquio, l’unica borsa di studio messa in palio fra le scuole di Moda e Design del Gioiello dello IED. Ricordo ancora quel viaggio in cui io, appena diciannovenne, fui accompagnata dall’unica persona che era libera di farlo: la mia carissima nonna Beppina, allora settandueenne, ma che a 14 anni aveva lavorato in servizio a Milano! Ricordo l’emozione, l’agitazione, ma anche la passione messa nel trasmettere il mio desiderio agli interlocutori, supportata da un quaderno di fogli dove avevo rilegato i miei disegni fatti nel tempo libero. Eccone alcuni estratti:

 

A quell’epoca i cellulari non erano ancora di uso comune, e quindi soltanto alla sera venni a sapere che ero stata selezionata io, quando tornai a casa, dai miei genitori. (Che prima si fecero raccontare tutto, poi mi chiesero se pensavo che fosse andata bene; alla mia risposta “spero di sì, vedremo”, controbatterono con “allora è andata bene!”. E io “speriamo!”; e loro: “è andata bene! 😉 Te lo diciamo noi…”)

Fu così che in fretta e furia trovai una sistemazione a Milano e iniziai la tanto agognata Scuola di Moda dello Ied, in via Sciesa 5.

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