Di necessità, virtù.
Così penso di potere definire il mio stile nato anni fa, sviluppatosi e precisatosi col tempo, tutt’oggi in continua evoluzione.

Sono cresciuta in una famiglia delle risorse modeste, che preferiva investire il denaro in splendide vacanze che facevo ogni estate al mare e in inverno in montagna fin da piccola. Molto contenta dei viaggi, soffrivo un po’ per le possibilità limitate di acquisto nel campo dell’abbigliamento, e il mio istinto e desiderio di vestirmi bene mi fecero rabboccare le maniche, cercando di fare il meglio che potevo con quello che potevamo permetterci.
Mia mamma è sempre stata per me una bella donna con gusto nel vestire, e sicuramente io da lei ho tratto ispirazione e insegnamenti. Ricordo quando, ogni tanto, mi infilavo in camera sua e provavo i suoi abiti, che mi facevano sentire bella e femminile. Insita sicuramente nell’abitudine, ma probabilmente anche legata all’ambizione di indossare qualcosa di speciale, mia mamma aveva la consuetudine, di tanto in tanto di realizzare e far confezionare dei capi su misura, con forme e tessuti scelti ad hoc. Ho ancora delle foto che riguardo volentieri con dei bei completi, unici, realizzati in esclusiva per me e mia sorella.
Diciamo che mia mamma è stata sicuramente una musa che ha ispirato la mia naturale propensione al bel vestire.

Ma lasciatemi raccontare com’è cresciuto il mio stile.
Io non sono mai stata magra: da bambina probabilmente ero abbastanza normopeso, con fasi in cui ero un po’ più carne rispetto ai miei coetanei. Ma nella fase dello sviluppo i chili hanno cominciarono inesorabilmente ad aumentare. Racconterò in un altro momento le difficoltà che ho dovuto affrontare da ragazza sovrappeso in età adolescenziale, bullizzata da alcuni miei compagni di classe.
Ma anche le difficoltà, a volte servono a qualcosa di buono, e nel mio caso il mio orgoglio e il mio volermi bene contro chi non me ne voleva mi spinsero a cercare di eccellere in tutto quello che facevo. Così a scuola ero brava, praticavo diversi sport cercando quello che fosse più nelle mie corde e comunque non cavandomela mai male, e nell’abbigliamento cercavo sempre di essere aggiornata.

Adolescente a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, se riguardo le foto di quell’epoca non posso non sorridere, perché lo stile di allora era totalmente diverso da quello che mi piace ora. Ma si sa, le mode fanno così: cambiano. E io a quel tempo cercavo di essere aggiornata.
Mi rendo conto che pur di vestire al passo con i tempi, indossavo degli abiti che non erano adatti alla mia fisicità. Ma erano i miei primi esercizi di stile, facevo i conti con un corpo che non conoscevo, in continua evoluzione. Con il tempo e con la maggiore libertà di acquisto ottenuta grazie ai miei lavori estivi come bracciante, baby sitter e cameriera, iniziai ad acquistare dei capi che per me avevano un valore estetico interessante, e probabilmente erano più adatti al mio fisico, nascondendo i punti critici e mettendo in evidenza invece quelli più forti.
Tra i quattordici e i sedici anni ero ancora bella tondetta, ma quando mi resi conto di infatuarmi di ragazzi che per me erano probabilmente irraggiungibili, decisi che desideravo dimagrire, che non volevo più sentirmi “meno” o inadeguata rispetto ad altre amiche più belle e magre di me. Non volevo più passare inosservata agli occhi di bei ragazzi, più grandi di me. Il carattere per tenere testa ai maschietti ce l’avevo, ma dovevo riuscire a farmi notare, ad attrarli in qualche modo. E mi sembrava invece di passare inosservata agli occhi di tanti. Probabilmente non era così ed era il mio sguardo che non vedeva, ma quello di cui ero certa è che sicuramente non riuscivo a colpire gli occhi che desideravo. Così, iniziai una dieta fai da te (che non consiglio a nessuno perché squilibrata) che nel giro di 6 mesi mi portò a dimagrire di 10 kg e arrivare ad un peso, probabilmente molto vicino al mio peso forma, che non ho più raggiunto e stabilizzato nel tempo: 67 kg.
Come potete immaginare non ero di certo magra, e se il termine curvy fosse esistito anche all’epoca, probabilmente mi sarei sentita pienamente rappresentata da questo aggettivo. Ma questo dimagrimento mi fece acquisire sicurezza in me, iniziai ad apprezzarmi e a vedere subito i primi risultati anche nel rapporto con gli altri: ebbi la mia prima storia d’amore, molto importante anche se breve. Cominciai a scoprire di più il mio corpo e ad acquisire finalmente autostima, legata ad un po’ di sana vanità femminile.
Il mio stile prese sempre di più forma. Non potendomi permettere capi sempre aggiornati e firmati, facevo le mie scelte oculatamente, acquistando abiti che mi stessero bene, che mi rappresentassero e che potessi utilizzare in vario modo. Riuscire a conquistare qualche cuore, imparare le prime tecniche, seppur goffe, di seduzione; capire che cosa attirava l’attenzione e che cosa era giusto mostrare di me, quali erano i miei punti più efficaci, mi aiutò a definire sempre di più il modo in cui mi vestivo.

In quarta liceo frequentai dei corsi serali di taglio e cucito, e potendo così realizzare da sola i miei primi capi, interamente disegnati e confezionati da me. Oltre alla grande soddisfazione, riuscivo ad avere degli abiti unici, pensati sul mio corpo, e che non potevano essere acquistati da nessun altro. Era il mio stile, erano i miei vestiti: la soddisfazione di avere dei capi miei che mi potessero rappresentare pienamente, che potessero quasi parlare per me.

Un altro passo importante per definire il mio stile è stato quello di andare a studiare a Milano all’Istituto Europeo di Design. I miei compagni di scuola erano per la maggior parte figli di genitori benestanti, provenienti da tutto il mondo. Abituati a vestire con le griffe e di tutto punto. Ovviamente mi sentivo inadeguata: oltre per il miei chili di più, anche per i mie abiti “poveri”. Ma la determinazione di fare quello che volevo, volermi sentire apposto, non di meno degli altri, tirare fuori quello che sapevo di avere dentro, mi spingeva a trovare delle soluzioni buone, cercare nei negozi le offerte più interessanti in modo da trovare dei capi di buona qualità, che mi stessero bene, da riuscire ad abbinare con gli altri. Acquistare poche scarpe ma di qualità, utilizzando lo stesso per gli accessori e i capi più importanti quali i capispalla: questi erano i miei trucchi per riuscire ad avere un look non che sembrasse ricco, ma comunque decoroso.

Terminati gli studi, iniziai fortunatamente a lavorare subito. Avere uno stipendio tutto per me, da gestire come volevo io, non mi sembrava vero. Una volta coperte le spese necessarie, buona parte di quello che avanzava veniva speso in vestiti. Era bellissimo poter finalmente scegliere senza grossi problemi quello che mi piaceva, avere un armadio ampio e vario da poter cambiare look ogni giorno, avere lo stimolo, dall’ambiente lavorativo, di creare nuovi abbinamenti, assemblare nuove proporzioni, accostare colori inusuali.
L’epoca del mio lavoro è stata sicuramente, per il mio stile, un master: ogni volta imparavo cose nuove, definivo il mio look, sorprendevo per gli accostamenti.
Già, perché se il mio fisico non mi permetteva di spiccare indossando tutto ciò che volevo, mi distinguevo con l’originalità dei miei abbinamenti. Non mi piaceva seguire le mode, preferivo creare uno stile tutto mio che mi donasse e mi facesse emergere rispetto agli altri.
Allo stesso modo non amavo, né amo tutt’ora, le griffe e i capi logo: non volevo che mi si identificasse con un marchio particolare, né rifugiarmi nella sicurezza che “se ha un capo firmato, vuol dire che si veste bene…”. No. Volevo che mi venisse riconosciuto il mio stile, unico, originale, fatto apposta per me, di ottimo gusto.

Posso dire di aver fatto un master praticamente per ogni azienda in cui ho lavorato. Infatti, sono sempre stata una persona leale ed “aziendale”, cioè ho sempre portato molto rispetto per chi mi dava l’opportunità di lavorare credendo in me, e lavorando nel mondo dei vestiti, ho sempre cercato di acquistare ed indossare capi del marchio per cui lavoravo in quel momento (spesso avevo anche degli sconti, quindi ero anche incentivata a farlo). Ogni volta cercavo quindi di aggiustare il mio stile a quello dell’azienda del momento. Non si trattava di cambiare gusti, ma semplicemente scegliere le cose di quel marchio che mi piacevano ed erano adatte a me.
Io credo che ognuno di noi abbia numerose sfaccettature di personalità, e che esponiamo quella più adatta alle varie occasioni che viviamo. Per esempio: in un’uscita con le amiche tiriamo fuori il nostro “io” più leggero e sbarazzino; in un momento di confidenze, siamo calme, riflessive, cerchiamo di ascoltare e consigliare; al lavoro usiamo la parte seria e professionale di noi; nello sport ci sfoghiamo e allentiamo i freni inibitori; e così via. Allo stesso modo, nelle diverse aziende in cui lavoravo io tiravo fuori di me lo stile che più si allineava all’identità del marchio.

Ora che non sono più dipendente da qualche tempo, posso sfoggiare le mie personalità stilistiche a seconda dell’umore o dell’occasione d’uso. E nel mio blog vedrete quindi look anche molto diversi fra loro.
Ma ci sono delle caratteristiche che ritornano in ogni mio look. E sono le mie “regole” di base.

Questa è stata la premessa… troverete l’elenco delle mie regole fra poco, sempre su Plus Belle.

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